Goffredo Palmerini componente del Consiglio Regionale Abruzzesi nel Mondo (Cram)
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Mons. P. Remo
Le opere delle Missionarie della Dottrina Cristiana, Congregazione
religiosa nata all’Aquila nel 1890
SANTA CRUZ DE LA SIERRA, Bolivia --
Amerigo Vespucci la definì un
paradiso terrestre. Tre secoli dopo il naturalista Alcide Dessalines d’Orbigny, che nel 1830 la girò in lungo e in
largo, descrisse la Bolivia nel “Viaggio
nell’America meridionale” come una “sintesi dell’universo” per la varietà dei paesaggi che spaziano
dalla cordigliera andina ai grandi altipiani, dalle valli alle pianure ricche
di fiumi, vestibolo alle meraviglie della foresta amazzonica. Ad est dell’altipiano
si snoda la Cordigliera Realecon centinaia di vette sopra i
cinquemila (come l’Illimani che
domina La Paz), ad ovest la Cordigliera Occidentale, con alte cime vulcaniche
(il Sajama supera i 6500 metri), poi
sempre sull’acrocoro i grandi laghi Titicaca
e Poopò, i deserti di sale di Uyuni e Coipasa, le lagune Verde e
Colorada. Vette ed orizzonti
sembrano fondersi con il cielo. Nelle valli il clima è mite e la natura
rigogliosa. In pianura terre fertili danno raccolti in tutte le stagioni, le
foreste amazzoniche pregiati legnami. E poi gas e petrolio nella regione del Chaco, al confine con il Paraguay, per non parlare degli enormi
giacimenti d’argento, stagno, rame, oro ed altri minerali, che hanno segnato la
terribile storia di sofferenze e sfruttamento dei nativi boliviani, indios
quechua ed aymara (60%), meticci e guarani (30%), il resto sono bianchi. Quando
Diego Halpa, un indio quechua, nel 1544 scoprì l’argento del Cerro Rico a Potosì, non si rese conto che toglieva il coperchio ad un vaso di
Pandora. In quei mesi erano arrivati in Bolivia gli invasori spagnoli. Carlo V, il sovrano sul cui regno non
tramontava mai il sole, nel 1555 già decretava Potosì “città imperiale” per sfruttarne le immense miniere
d’argento. Cominciava così la storia d’indicibili sofferenze per gli indios,
lastricata da almeno otto milioni di morti per arricchire la Spagna,
un vero etnocidio nelle miniere d’argento di Cerro Rico durato quasi quattro
secoli, poi in quelle di mercurio quando lo si usò per la depurazione dell’argento,
quindi in quelle di stagno, fino ai tempi di Patiño, il tristo magnate boliviano d’America, finiti negli anni
Cinquanta del Novecento. Nei secoli precedenti quel fiume d’argento
dall’altipiano all’Europa faceva morti e tragedie alla sorgente, alla foce
ingrassava lo sperpero spagnolo, alimentava la prima inflazione della storia ed
il nascente capitalismo europeo, come pure l’inizio della rivoluzione
industriale.
Questa, in pillole, la Bolivia: grande tre volte
e mezzo l’Italia, quasi 10 milioni d’abitanti, con il reddito pro capite più
basso dell’America Latina. Dunque un popolo povero, ma gentile e gioviale, con
una storia segnata dall’instabilità
politica, specie nel Novecento, tra governi militari ed una rivoluzione nel
1952, tra conati di guerriglia (qui nel 1967
fu catturato ed ucciso Ernesto “Che” Guevara) e colpi di stato, e
qualche scampolo di democrazia. La
Bolivia deve il nome a Simon
Bolivar, il libertadorvenezuelano ispirato
ai princìpi della rivoluzione francese che vi arrivò e vi restò un anno, lasciando
nel 1826 una bella Costituzione rimasta lettera morta fino
ad oggi. Ora è una repubblica presidenziale, dal 2005 è capo di stato e di
governo Evo Morales, per la prima volta un indio: tempo di forti contrasti nel
Paese, scosso da spinte autonomistiche e finanche da un referendum revocatorio
del Presidente, in agosto. Eppure la
Bolivia è una terra molto ricca: giacimenti minerari, risorse
energetiche nel sottosuolo, un’agricoltura potenzialmente generosa dalle valli
alla foresta amazzonica, l’allevamento di bestiame d‘ogni specie. Poi il
turismo, ancora in embrione, per le sue bellezze naturali e la sua storia,
dagli Incas alle reduccion
(Concepcion, San Ignacio, San Rafael,
San Xavier e San Josè de Chiquitos,
dichiarate nel 1990 dall’Unesco
patrimonio dell’umanità) delle Misiones dei Gesuiti nella foresta amazzonica, che operarono fino alla loro espulsione
decretata dai sovrani di Spagna e Portogallo nel 1767, ma della cui presenza restano
splendide vestigia nelle magnifiche chiese di legno e nella musica barocca, specie
grazie al religioso svizzero Martin
Schmid, architetto e musicista.
A Santa Cruz de la Sierra,
nella zona piana della Bolivia, sono arrivato da alcuni giorni per
conoscere da vicino una speciale emigrazione
abruzzese. Santa Cruz è una città che supera i due milioni d’abitanti, ben ordinata
urbanisticamente in una decina d’anelli concentrici di grande viabilità. E’ la
capitale economica del Paese, per industrie, agricoltura, gas naturale e
servizi, ma anche per il traffico della coca, mai radicalmente estirpato. Qui
c’è l’aeroporto internazionale più importante che irradia le rotte verso
l’interno. E’ luogo di richiamo dagli altipiani, forte è il processo
d’inurbamento. E’ poi punto di partenza per la penetrazione nella foresta dell’Amazzonia
boliviana. Da qui padre Remo Prandini,
un salesiano originario di Lodrino,
in Valtrompia, nel 1975 partì per penetrare fino ad Hardeman, allora villaggio di poche capanne. Là il religioso
bresciano impiantò la sua missione, basata sulla formazione scolastica e sulla
difesa dei diritti elementari di quella gente: un “don Milani” in una “Barbiana”
in versione amazzonica. Padre Remo lottò
infatti per undici anni, a rischio della vita, per affermare il diritto dei campesiños alla terra, educando nella
sua scuola i loro figli al sapere ed alla consapevolezza dei propri diritti.
Girava in quei posti a piedi, a cavallo o con la sua bicicletta, fino alla sua
tragica morte a 44 anni, nel giorno di Natale del 1986, quando recandosi in un
villaggio con qualche giocattolo per i più piccini nello zaino, cadde da un
ponte di tronchi inghiottito dal fiume in piena per le piogge dell’estate. Rimane
luminosa la sua testimonianza che negli anni ha dato frutti copiosi di
generosità, opere e vocazioni. I suoi, giunti dall’Italia per riportarne indietro
le spoglie, si trovarono di fronte alla decisa opposizione dei campesiños,
arrivati persino a “sequestrare” il vescovo per tenere padre Remo per sempre.
Egli infatti riposa nella sua missione, la tomba davanti la chiesa di Hardeman,
tra i suoi poveri che lo amano e lo visitano ogni giorno. I lodrinesi compresero.
Anzi, da allora sono diventati di casa. Attraverso l’associazione nata a
Lodrino in ricordo di padre Remo, hanno riversato una valanga d’aiuti facendo
di Hardeman un centro d’istruzione, di formazione professionale e di progresso
civile per questa povera gente. Nel 1985,
un anno prima della scomparsa, padre
Remo era venuto in Italia. Era passato anche all’Aquila, a parlare di missioni in Bolivia alle Missionarie
della Dottrina Cristiana, Congregazione nata nel capoluogo abruzzese nel 1890
ad opera di madre Maria Francesca De
Sanctis - originaria di Castiglione
a Casauria, un paese lungo la valle del Pescara - e dell’arcivescovo dell’Aquila,
mons. Augusto Vicentini. Donna assai
tenace, con tre sue sorelle e poche altre religiose, madre Maria Francesca seppe dare un fortissimo impulso alla propria
Regola diffondendone l’apostolato nelle scuole e nelle parrocchie in tempi allora
molto difficili. Nacquero così in pochi decenni, sotto la guida sua e delle Madri
che le succedettero, molte case della Congregazione, in Abruzzo come in Puglia,
Molise, Marche, Veneto, Lazio, Umbria e Friuli.
Con gli adeguamenti alla Regola
dopo il Concilio Vaticano II, la Congregazione si apre all’azione missionaria
all’estero. Madre Pierina Santarelli,
all’epoca Superiora Generale, e madre
Nazarena Di Paolo – l’attuale Generale, forte tempra d’abruzzese
operosa, nata a Barisciano in
provincia dell’Aquila –con la
benedizione di Giovanni Paolo II, nell’ottobre 1986 accompagnano in Bolivia le prime sei missionarie, a Santa Cruz e ad Hardeman. Dopo appena due mesi dall’arrivo, con la scomparsa di
padre Remo tre di quelle suore raccolgono il testimone della sua opera ad
Hardeman, ampliando e gestendo la scuola del villaggio, dove gli abitanti sono oggi
diventati quasi 4000, circa 2000 gli alunni da tutta l’area e gli studi vanno
fino al livello superiore. Sulla casa, sulla materna e sui laboratori di
mestiere sovrintende madre Maria Grazia
Lepore, abruzzese di Corfinio – città
dei Peligni dove fu usato per la
prima volta il nome Italia nella Lega contro Roma, nella guerra sociale (91 a.C.) –con le boliviane suor Julia e suor Marta,
mentre dell’intero sistema scolastico di tutta l’area, si cura come direttrice
didattica suor Anna Andreucci, di Bominaco in provincia dell’Aquila. A Santa Cruz, intanto, erano restate tre
consorelle. Nel barrio Victoria le tre suore cominciano il loro apostolato. Ora
in quel quartiere la
Congregazione ha una struttura per giovani aspiranti alla
vita religiosa che frequentano i corsi della locale Università Cattolica. La
casa è diretta da suor Erica, boliviana, coadiuvata da suor Albina De Bellis, abruzzese di Sulmona, da suor Bernadette Tavarozzi, molisana,e da suor Patrizia Timperi,
altra abruzzesedi Basciano,in provincia di Teramo.
Nella grande città, in una villa requisita ad un narcotrafficante (ne parleremo
in altra occasione), nel 1990 viene aperta una casa d’accoglienza e formazione per
70 orfane e disagiate. Oggi quella villa, affidata in comodato dalla prefettura,
si chiama Hogar Maria Inmaculada. E’
gestita, insieme a suorBetty,
boliviana,da madre Alessandra Carosone - nata a Monticchio,frazione dell’Aquila -
che cura alla grande anche il carcere di Palmasola.
Nel 1997 un’altra grande struttura
nasce a Santa Cruz. Costruita in un solo anno, sorge l’Hogar Sonrisa de Mariele, in ricordo di Mariele Ventre, l’indimenticabile
Maestra del Coro dell’Antoniano di Bologna, grazie ai fondi raccolti dal “39°Zecchino d’Oro” e da
altri benefattori dall’Abruzzo e dal resto d’Italia. E’ un complesso imponente,
disposto su un’area di tre ettari, con strutture moderne ed un’organizzazione
perfetta. Ospita 130 bambine e ragazze “interne”, che frequentano l’annesso sistema
scolastico riconosciuto dallo Stato, dall’istruzione materna alla superiore,
aperto anche a frequenze esterne, 800 gli alunni. Campi sportivi, piscina, palestre
e laboratori corredano le strutture, alle quali con perizia sovrintende madre Diomira Doria - tenace abruzzese di Sulmona,dal 1986 una pioniera nel Paese - insieme a sei suore boliviane (le
hermanas Teodora, Florinda, Zulma,
Laura, Sandra e Asteria), che insegnano e coordinano il personale esterno,
quaranta tra docenti ed ausiliari. Tra qualche mese le madrecitas della Dottrina Cristiana apriranno un’altra casa in
Bolivia, nella città di Cochabamba. Dal
1995 la Congregazione
ha attivato una missione anche in Africa,
nel Congo francese. C’è una bella
fioritura di aiuti dall’Italia, per sostenere la crescita sociale ed umana delle
giovani ospiti boliviane negli Hogar delle Missionarie della Dottrina Cristiana,
con le adozioni a distanza. Una forma diretta di solidarietà davvero efficace
che porta a conoscere da vicino le povertà del mondo, senza sbrigativi scarichi
di coscienza cui sono abituate le società opulente, alle quali dà fastidio la
visione della sofferenza. E’ poi un valido supporto a queste religiose, da
tutti apprezzate e rispettate in Bolivia, alle quali non manca mai il sorriso e
le cui giornate di lavoro non conoscono soste. In loro, infine, riconosco con orgoglio
la tenacia e la determinazione tipiche dell’indole abruzzese, anche in coloro
che in Abruzzo hanno solo realizzato la propria formazione religiosa, ricevendo
comunque di quell’indole l’imprinting. Dunque una bella comunità abruzzese in
terra boliviana, di recente arricchitasi con l’arrivo di Mons. Luciano Suriani, Nunzio
apostolico in Bolivia. Nato ad Atessa,
in provincia di Chieti, Mons. Suriani è Vescovo
di Amiternum, l’antica diocesi della città sabina - patria di Caio Crispo Sallustio, grande storico
romano - situata poco distante dal luogo dove molti secoli dopo sarebbe stata
fondata L’Aquila.