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Il villaggio trasformato da P. Remo Prandini, salesiano
bresciano, e dalle Missionarie abruzzesi
HARDEMAN, Bolivia -- Che cielo, il cielo di notte ad Hardeman! Le stelle brillano a
meraviglia nell’oscurità profonda. Mi ricordano lo spettacolo che si gode sul Gran Sassod’Italia nelle notti di mezza estate. D’altronde qui non esiste
disturbo di luci artificiali, né l’aria è malata di smog. Giorni fa sono
partito da Santa Cruz de la Sierra per Hardeman, 180 km. verso nord, cinque
ore di viaggio su un vecchio autobus da trenta posti, di quelli che si usano da
queste parti in Bolivia, chiamati
“micro”, che sembrano muoversi per miracolo. Strada per due terzi asfaltata,
gli ultimi sessanta chilometri in terra battuta. Sobbalzi, buche e nuvole di
polvere da annebbiare la vista. Lungo il percorso, dopo Montero, ultima città degna di questo nome, piantagioni a perdita
d’occhio di canna da zucchero, mais, soia, sorgo, patata e grano, ma anche
ortaggi e agrumi. E poi ganados,
allevamenti, bovini e ovini allo stato brado, all’ombra di palme o d’imponenti
alberi di mango. Lungo il percorso ogni tanto s’incontra qualche villaggio di
baracche di tavole, piantate su terra nuda e coperte con frasche di palma. Tanti
i bimbi, in questi posti di campesinos, tanti gli animali da cortile che
nell’habitat con loro convivono. Solo chiesa e municipio, di mattoni rossi, nei
villaggi esprimono una qualche architettura. Talvolta si nota qualche casetta
in muratura sommaria che sostituisce la diffusa baracca di legno. Il pulmino si
ferma ogni volta che quando qualcuno sta in attesa lungo la strada, fino a
riempire ogni spazio disponibile, in piedi.
Mineros, Sagrado Corazon, San Pedro i paesi più grandi lungo la via, ma è inutile cercarli
sulle carte. Quindi Hardeman, con i suoi quattromila abitanti. Poi la strada
sterrata prosegue verso nord per altri cento chilometri, fino a Los Limos. Hardeman è abbastanza
diverso dagli altri villaggi. Lo si vede subito entrandovi da un gruppo di
piccole case in muratura, sedici tutte uguali, ma diversamente colorate con
tinte pastello. Davvero una novità rispetto alla norma di capanne o sciatte
murature. Appena arrivo nell’accogliente dimora delle Missionarie della Dottrina
Cristiana, ricca di piante e d’essenze fiorite, di quella singolarità
chiedo ragione a suor Anna Andreucci,
originaria di Bominaco in provincia
dell’Aquila, giuntanel ’89 in questi
posti dei quali ormai sa ogni cosa. Per conto dello stato, cura la direzione
didattica sulle scuole d’un ampio distretto, muovendosi agilmente, a dispetto
dell’età, con il suo fuoristrada. Quel gruppo di case, mi dice, è solo una
delle tante opere nate grazie a padre
Remo Prandini, il salesiano bresciano tragicamente annegato nel fiume in
piena il giorno di Natale del 1986, che qui ad Hardeman è ricordato con affetto
e venerato da tutti come un santo, in raccoglimento sulla sua tomba posta
accanto all’ingresso della chiesa.
Era arrivato nel 1975, padre Remo,
in quello che allora era un villaggio di poche capanne nella foresta
amazzonica. Portò per undici anni istruzione per i ragazzi, per gli ultimi
difesa dei diritti e coscienza civile tra i campesinos che cominciavano a
popolare quest’area sperduta della Bolivia, ricompresa tra il Rio Piray ed il Rio Grande, man mano conquistata all’agricoltura a scapito della
rigogliosa foresta amazzonica, arretrata ora di alcuni chilometri. Appunto quel
“quartiere modello” di Hardeman è uno dei tanti esempi della generosità
italiana in ricordo del salesiano. Dopo la sua morte una gran quantità di aiuti
sono arrivati dall’Italia, gestiti in loco direttamente dall’AssociazionePadre Remo Prandini, costituita a Lodrino in Valtrompia da
familiari ed amici del religioso, o dall’Organizzazione
Mato Grosso - che già dava una mano a padre Remo - o dalle Missionarie della Dottrina Cristiana
con fondi di solidarietà loro pervenuti dall’Abruzzo e da altri benefattori italiani. Le Missionarie, giunte ad
Hardeman nell’ottobre ’86, appena due mesi dopo il loro arrivo si trovarono a
dover raccogliere e continuare il generoso impegno civile e spirituale di P.
Remo, curandosi della scuola e delle altre opere. Ebbene, con aiuti di
benefattori italiani, le suore hanno realizzato ben sessanta casette in
muratura (circa 50 mq), consegnate alle famiglie più povere.
Ogni struttura civile ad Hardeman
ricorda questo religioso: il “Colegio P. Remo Prandini”, complesso
davvero moderno come un campus, con tutti i cicli di scuola primaria e
secondaria; il Centro Medico
funzionante 24h, una specie di pronto soccorso con sei posti letto, per
partorienti ed altre patologie d’urgenza; la piazza con il monumento a lui
dedicato; il Centro polivalente
annesso alla chiesa parrocchiale; la
Scuola materna gestita dalle Missionarie, realizzata con i fondi
della Caritas di Sulmona, la città di Ovidio, in Abruzzo. Le Missionarie, inoltre, stanno costruendo un moderno
forno con panetteria, che sarà dato in gratuita gestione ad una cooperativa a
tal fine costituita. E’ poi in via di completamento l’ospedale, tre padiglioni per tutte le specialità, dono della
solidarietà d’un imprenditore italiano, Sergio
Marchetti, giunto in questa zona alcuni anni fa dal Brasile, dov’era emigrato anni prima. Qui ora conduce
un’agricoltura intensiva d’avanguardia, dando molta occupazione. Tutte le
modernità di Hardeman portano dunque l’impronta italiana, un vero
orgoglio.Ma punto di riferimento del
paese sono le Missionarie, in particolare le suore abruzzesi: madre Maria Grazia Lepore - la superiora,
nata a Corfinio in provincia
dell’Aquila, nominata cittadina onoraria
di Hardeman, che sovrintende
alle ragazze ospiti della casa, ai laboratori di sartoria ed alla scuola
materna - e suor Anna Andreucci, alla quale tutti si
rivolgono anche per le sue capacità nelle relazioni con le autorità costituite.
Ed è proprio vero. Il 18 luglio
scorso era gran festa ad Hardeman. Si celebrava il 40° anniversario dallafondazione e il villaggio imbandierato viveva
un’atmosfera di fervore in ogni suo cittadino. Davanti la sub-alcaldia - il municipio sta a San Pedro - un grande
schieramento di autorità giunte per l’occasione da Santa Cruz: il
rappresentante del Governatore, il
vice Prefetto, il Provveditore all’Istruzione, il Direttore della Sanità del Dipartimento, un consigliere
del Dipartimento (Regione), il Sindaco
e varie altre figure istituzionali. Il cerimoniale prevedeva, prima che
l’intera comunità di Hardeman sfilasse con colori ed insegne sociali (scuole,
professioni, mestieri, sindacati e associazioni) davanti alle autorità, una
lunga serie di discorsi ufficiali. Quasi tre ore d’interventi politici sullo
stato di salute del paese, sulle opere in programma per migliorarne il volto,
sugli impegni promessi per il futuro, con intermezzi musicali di Aldo Peña, noto cantautore boliviano.
Richiesta d’un intervento, anche suor Anna
Andreucci, ha portato il suo contributo.
Discorso conclusivo il suo, da vox populi. Rispettoso nei toni, ma
vigoroso quanto lucido sui più importanti problemi ancora irrisolti. Ha
richiamato ciascuna autorità alle proprie responsabilità ed all’assunzione
dinanzi al popolo d’impegni veri e precisi, anche riguardo i tempi di
soluzione. Ne ha elencato le priorità, quali la costruzione della strada in
asfalto almeno fino ad Hardeman e d’una barriera che eviti al paese le
periodiche inondazioni dal Piray, il rilascio urgente delle autorizzazioni
necessarie per il completamento e l’apertura dell’ospedale, il trasferimento ad
Hardeman, in quanto paese più popoloso, della sede del distretto scolastico.
Ciascuna autorità s’è sentita in dovere di fornire assicurazioni puntuali. Suor
Anna dava a loro una stretta di mano, ricordando che nella tradizione italiana
quel gesto conta più d’un contratto. Queste le Missionarie della Dottrina
Cristiana ad Hardeman. Non solo
infaticabili costruttrici di progresso e buone opere, ma anche riconosciute
figure di Difensore civico. Chi
l’avrebbe mai detto!