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Un nuovo passo
falso che potrebbe rivelarsi fatale
HOUSTON, Texas
-- Questa volta a farsi prendere con le mani nella scatola
dei biscotti è stato proprio lui, il senatore democratico dello Stato
dell’Illinois Barack Obama. Il candidato del Partito democratico alle
presidenziali 2008 avrebbe fatto meglio a non dare adito alle accuse che ora
gli sono mosse contro di mentire, che sono dello stesso tipo di quelle mosse a
suo tempo da lui al Presidente Bush, a proposito della motivazione non vera per
attaccare Saddam Hussein. La credibilità di un rappresentante politico e’
certamente il patrimonio piu’ prezioso che egli possa avere a sua disposizione
e, quando questi è un politico in corsa per l’ambita poltrona della Casa
Bianca, screditare tale patrimonio potrebbe
rivelarsi pericoloso e dalle conseguenze finali devastanti.
Fin dall’inizio della sua
campagna nel 2007, il pilastro portante della scesa in campo del senatore
afroamericano del partito democratico era stato il suo impegno a ritirare subito
dall’Iraq le truppe americane inviate a suo avviso, senza che ce ne fosse
bisogno, dall’attuale amministrazione repubblicana. Nel corso della sua
travolgente avanzata elettorale quest’impegno, come gli Americani certamente
ricordano, era stato portato avanti con estrema determinazione ed intransigenza
persino contro le posizioni ritenute più prudenti e possibiliste della sua
rivale di partito Hillary Clinton, nell’Iowa come nel New Hampshire e dovunque
negli Stati Uniti, fino a rappresentare una specie di cartina di tornasole per
la certificazione ultrapacifista di un candidato che non perdeva mai l’occasione
per affondare la daga rovente della censura tanto nei confronti del Presidente
Bush che del continuatore della sua politica, ed ora suo avversario nello
scontro finale, John McCain.
In questi ultimi giorni, dopo
aver superato Hillary, con una sconcertante inversione di rotta, Obama ha
cambiato la sua posizione circa il ritiro delle truppe americane dall’Iraq,
gettando pesanti ombre circa la sua credibilità e dando, in effetti, ragione al
suo avversario repubblicano il quale affermava che non era possibile vanificare
i progressi fatti nella guerra senza preoccuparsi delle condizioni sul terreno
delle operazioni e, specialmente, delle conseguenze che una tale decisione potrebbe
avere sulla stabilità del paese e su quella di tutta l’area mediorientale.
Non è ancora ben chiaro se il
Senatore Obama abbia preso indipendentemente la sua iniziativa circa questo “nuovo
corso” della sua politica estera, o a seguito di suggerimenti da parte di
consiglieri che, evidentemente, cercano di danneggiarlo. Una cosa pero’ rimane certa:
gli elettori americani non hanno gradito troppo questi suoi ripensamenti e le
sue affermazioni successive circa la necessità di seguire con estrema riverenza
e senza fare obiezioni quanto ritenuto necessario per la guerra dai generali.
Adesso, i democratici che sostengono
ancora ad oltranza Hillary Clinton e che sono convinti dell’inesperienza di
Barack, minacciando persino di passare dalla sponda opposta, trovano una
conferma ed una ragione in più per giustificare il loro voltafaccia mentre il senatore
dell’Arizona, e’ in grado di dimostrare che aveva perfettamente ragione quando
affermava che Obama ha finito per dargli ragione e che, se come lui avesse
visitato l’Iraq molto prima ed avesse parlato col Generale Petraeus incaricato
delle operazioni, avrebbe cambiato da tempo il proprio atteggiamento
ipercritico e la propria posizione sul conflitto in corso.
Per Barack si tratta certamente
di un nuovo incidente di percorso verso la Casa Bianca, molto pericoloso perché
intacca la sua affidabilità di politico e di possibile comandante in capo. La
storia delle elezioni presidenziali americane dimostra che agli Americani non
piacciono per nulla i candidati dalle idee poco chiare ed i signor tentenna e
se Obama, che ora ingrana la retromarcia volesse ripensare a quanto è accaduto
al suo collega di partito John Kerry, potrebbe certamente averne la conferma.
Lo stesso candidato che aveva minacciato ferro e fuoco contro la “vecchia”
politica lobbistica di Washington, innalzando la bandiera del cambiamento,
adesso induce persino a sospettare che sia rientrato in buon ordine nei ranghi,
adeguandosi al solito modus operandi dei mestieranti della politica americana,
interessati a tenersi buoni specialmente i grandi potentati tanto di natura nazionale
che estera.
Per ciò che riguarda l’Iraq, il
senatore afroamericano che da un poco sta perdendo con passi falsi come questo il
lustro kennediano del suo carisma, si ritrova nella condizione poco piacevole
d’essere preso addirittura per bugiardo. Gli Americani ricordano benissimo
quanto aveva affermato fino a poche settimane addietro e, nella giungla della
politica, se si vuole sopravvivere e giungere alla meta tanto sospirata anche i
politici, come i bugiardi, farebbero bene anche loro a fare attenzione a quanto
promettono e ad essere preferibilmente dotati di una buona memoria.