Executive Search to the Real Estate Industry at its best!
JCRES is an international
recruiting firm established in 1977.Throughout its history, the company has completed
assignments in the residential and commercial real estate sectors. The typical assignments handled
by the firm are in the following areas:
* Single Family * Multifamily * Commercial Office
* Industrial/Warehousing
* Retail
* Hospitality
* Medical
* Corporate Real Estate
Please contact Susan Vaughn at 281-359-2165 or Veronica Ramirez at
281-359-2108.
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Magnolia Cove Dr. *
Kingwood , TX
77345
HOUSTON, Texas
– Gli Americani che s’accingono a celebrare con la
consueta organizzazione patriottica la festa nazionale certamente più
importante dell’anno non sono più gli stessi che festeggiavano spensieratamente
questa ricorrenza durante l’amministrazione di Bill Clinton.
Le grosse nubi che si stagliano
sul loro orizzonte sono legate specialmente allo stato recessivo della loro
economia e l’uomo della strada deve fare i conti tutti i giorni con le nuove
difficoltà create da un aumento astronomico del prezzo del carburante che non
si ferma neppure dopo aver sfondato il tetto storico dei quattro dollari al
gallone.
Continuano gli stanziamenti di
milioni di dollari per una guerra che si trascina al buio e senza una prevedibile
via d’uscita ed adesso persino Obama deve riconoscere che forse non sarà più
possibile uscirne in tempi brevi e senza l’opinione qualificata dei generali.
La campagna presidenziale,
semplificatasi dopo l’uscita di scena di Hillary Clinton, s’e’ stabilizzata in
una palude d’attacchi continui del repubblicano McCain verso il suo rivale
democratico, tendenti a demonizzarlo ed a squalificarlo ed in una sequela di
reazioni ed attacchi difensivi da parti del senatore afroamericano
dell’Illinois che sa di non poter fare affidamento sull’esiguo vantaggio che
gli darebbero le indagini demoscopiche.
Ma è l’economia, non come si
pensava la guerra irachena, quella che promuoverà o boccerà i due candidati
delle presidenziali americane.
La crisi energetica sta
sconvolgendo i piani di produzione industriale e Detroit deve correre ai ripari
aggiustando il tiro su auto subcompact e di tipo ibrido per non soccombere del
tutto alla concorrenza nipponica. Nel 2008, fino a questo momento,sono stati cancellati 62.000 posti di lavoro
e linee aeree importanti hanno licenziato centinaia d’impiegati ritenuti non
indispensabili per la ristrutturazione di un settore, come quello del trasporto
aereo, che non tira più bene come prima. In televisione si parla sempre di più
del dramma dei disoccupati, magari non più verdi per età, che dovranno affrontare
una lotta disperata per riciclarsi mentre intanto finiscono col perdere la casa,
il cui mutuo non riescono più a pagare.
Persino nei negozi e nei
supermercati le superofferte, diventate quasi giornaliere, non riescono a fare
allungare le file dei clienti alle casse dalle quali ora ci si può districare dopo
solo pochi minuti d’attesa.
Secondo un vecchio proverbio,
non si deve parlare mai di corda in casa dell’impiccato ed, in America, nessuno
dovrebbe parlare mai di crisi, la parola che da sola ha la capacità di fare
tremare le vene ai polsi degli operatori economici più ottimisti e coraggiosi. Alcuni
anchorman dalla lingua sciolta, poco amichevoli nei confronti
dell’amministrazione Cheney-Bush, come molti tendono maliziosamente a
precisare, sembra pero’ non vogliano seguire più i vecchi criteri di
convenienza, e gli attacchi nei confronti del presidente e del suo vice si
rinnovano sui media con frequenza e veemenza sempre maggiori.
Si cercano capri espiatori
negli immigrati illegali ispanici ed, allo stesso tempo, i candidati alla Casa
Bianca dei due partiti cercano poi d’ottenerne il favore con promesse che sperano
non irritino molto gli Americani i quali si sentono danneggiati dalla loro
concorrenza.
Ad un passo in avanti nello
scacchiere internazionale con il ravvicinamento alla Corea del Nord, alla quale
sono state inviate derrate alimentari per la sua apparente rinuncia al
programma nucleare, ne segue subito uno in direzione opposta, con l’aggravarsi
della crisi nei confronti dell’irriducibile Iran, e riprendono a soffiare
ancora una volta i venti di guerra.
E’ chiaro che le minacce con
Ahmedinejad non funzionano come con la Corea e si teme, specialmente, che
Israele prenda l’iniziativa attaccando per primo e trascinando nel conflitto
gli Stati Uniti, nonostante autorevoli esponenti degli alti gradi del Pentagono
sostengano con fermezza che aprire un terzo fronte assieme a quello
dell’Afghanistan e dell’Iraq sarebbe certamente un errore imperdonabile.
Gli Americani che quest’anno,
senza la solita confidenza, si preparano per i festeggiamenti del quattro
luglio, s’interrogano certamente quando avrà termine la loro avvilente
situazione economica, quando finirà il complesso d’inferiorità del dollaro nei
confronti di un euro sempre più forte, che costringe a dover mettere fra i
sogni nel cassetto il viaggio nel vecchio continente, o magari in Italia, progettato
e desiderato da molto tempo. Tutti s’augurano, come recita una vecchia canzone,
che qualcuno e non solo McCain o Obama dica loro che i tempi felici ritorneranno
ancora e che, dopo i tradizionali fuochi d’artificio e prima che il nuovo capo
entri alla Casa Bianca, quello vecchio che se ne va non lasci loro in eredità
un nuovo, più difficile conflitto iraniano reso ancora più preoccupante dalla
minaccia sempre presente del terrorismo.