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L’AMERICA DEL QUATTRO LUGLIO S’INTERROGA

Fri, 04 Jul 2008 01:02:00
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PIANETA AMERICA

    RO PUCCI


Alcune luci ed ancora ombre all’orizzonte USA

 

HOUSTON, Texas – Gli Americani che s’accingono a celebrare con la consueta organizzazione patriottica la festa nazionale certamente più importante dell’anno non sono più gli stessi che festeggiavano spensieratamente questa ricorrenza durante l’amministrazione di Bill Clinton.

Le grosse nubi che si stagliano sul loro orizzonte sono legate specialmente allo stato recessivo della loro economia e l’uomo della strada deve fare i conti tutti i giorni con le nuove difficoltà create da un aumento astronomico del prezzo del carburante che non si ferma neppure dopo aver sfondato il tetto storico dei quattro dollari al gallone.

Continuano gli stanziamenti di milioni di dollari per una guerra che si trascina al buio e senza una prevedibile via d’uscita ed adesso persino Obama deve riconoscere che forse non sarà più possibile uscirne in tempi brevi e senza l’opinione qualificata dei generali.

La campagna presidenziale, semplificatasi dopo l’uscita di scena di Hillary Clinton, s’e’ stabilizzata in una palude d’attacchi continui del repubblicano McCain verso il suo rivale democratico, tendenti a demonizzarlo ed a squalificarlo ed in una sequela di reazioni ed attacchi difensivi da parti del senatore afroamericano dell’Illinois che sa di non poter fare affidamento sull’esiguo vantaggio che gli darebbero le indagini demoscopiche.

Ma è l’economia, non come si pensava la guerra irachena, quella che promuoverà o boccerà i due candidati delle presidenziali americane.

La crisi energetica sta sconvolgendo i piani di produzione industriale e Detroit deve correre ai ripari aggiustando il tiro su auto subcompact e di tipo ibrido per non soccombere del tutto alla concorrenza nipponica. Nel 2008, fino a questo momento,  sono stati cancellati 62.000 posti di lavoro e linee aeree importanti hanno licenziato centinaia d’impiegati ritenuti non indispensabili per la ristrutturazione di un settore, come quello del trasporto aereo, che non tira più bene come prima. In televisione si parla sempre di più del dramma dei disoccupati, magari non più verdi per età, che dovranno affrontare una lotta disperata per riciclarsi mentre intanto finiscono col perdere la casa, il cui mutuo non riescono più a pagare.

Persino nei negozi e nei supermercati le superofferte, diventate quasi giornaliere, non riescono a fare allungare le file dei clienti alle casse dalle quali ora ci si può districare dopo solo pochi minuti d’attesa.

Secondo un vecchio proverbio, non si deve parlare mai di corda in casa dell’impiccato ed, in America, nessuno dovrebbe parlare mai di crisi, la parola che da sola ha la capacità di fare tremare le vene ai polsi degli operatori economici più ottimisti e coraggiosi. Alcuni anchorman dalla lingua sciolta, poco amichevoli nei confronti dell’amministrazione Cheney-Bush, come molti tendono maliziosamente a precisare, sembra pero’ non vogliano seguire più i vecchi criteri di convenienza, e gli attacchi nei confronti del presidente e del suo vice si rinnovano sui media con frequenza e veemenza sempre maggiori.

Si cercano capri espiatori negli immigrati illegali ispanici ed, allo stesso tempo, i candidati alla Casa Bianca dei due partiti cercano poi d’ottenerne il favore con promesse che sperano non irritino molto gli Americani i quali si sentono danneggiati dalla loro concorrenza.

Ad un passo in avanti nello scacchiere internazionale con il ravvicinamento alla Corea del Nord, alla quale sono state inviate derrate alimentari per la sua apparente rinuncia al programma nucleare, ne segue subito uno in direzione opposta, con l’aggravarsi della crisi nei confronti dell’irriducibile Iran, e riprendono a soffiare ancora una volta i venti di guerra.

E’ chiaro che le minacce con Ahmedinejad non funzionano come con la Corea e si teme, specialmente, che Israele prenda l’iniziativa attaccando per primo e trascinando nel conflitto gli Stati Uniti, nonostante autorevoli esponenti degli alti gradi del Pentagono sostengano con fermezza che aprire un terzo fronte assieme a quello dell’Afghanistan e dell’Iraq sarebbe certamente un errore imperdonabile.

Gli Americani che quest’anno, senza la solita confidenza, si preparano per i festeggiamenti del quattro luglio, s’interrogano certamente quando avrà termine la loro avvilente situazione economica, quando finirà il complesso d’inferiorità del dollaro nei confronti di un euro sempre più forte, che costringe a dover mettere fra i sogni nel cassetto il viaggio nel vecchio continente, o magari in Italia, progettato e desiderato da molto tempo. Tutti s’augurano, come recita una vecchia canzone, che qualcuno e non solo McCain o Obama dica loro che i tempi felici ritorneranno ancora e che, dopo i tradizionali fuochi d’artificio e prima che il nuovo capo entri alla Casa Bianca, quello vecchio che se ne va non lasci loro in eredità un nuovo, più difficile conflitto iraniano reso ancora più preoccupante dalla minaccia sempre presente del terrorismo.


PUBBLICATO SU INFORM:

http://www.mclink.it/com/inform/art/08n13416.htm





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